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  • Human in the loop? Ancora!

    Human in the loop? Ancora!

    In questi giorni ho assistito a diversi tech talk, presentazioni di agenzie, speech di colleghi, eventi di settore…
    E una domanda continua a girarmi per la testa:
    Ma davvero siamo ancora qui a parlare di “human in the loop”?

    Come se il nostro destino fosse fare da correttori di bozze ai modelli (o il criceto nella ruota).

    È una bella espressione rassicurante: state tranquilli, c’è ancora un umano da qualche parte nel flusso, pronto a mettere una pezza se l’AI sbaglia.

    Il problema è che questa narrativa è già vecchia.
    Nella ricerca e negli insight, l’umano non è (non deve essere) il paracadute del modello. L’umano è il motivo per cui il sistema esiste.

    Un loop, in origine, è un sistema che agisce, riceve feedback, corregge rotta, avanza verso un obiettivo.

    Con l’AI possiamo automatizzare sempre più pezzi di questo ciclo. Ma nessun modello decide qual è l’obiettivo giusto, per chi conta davvero, che cosa succede dopo una decisione.

    Questo è lavoro umano, e non è un “ritocco finale” sull’output.
    È definire:
    – che cosa vale la pena indagare e che cosa no
    – quali domande hanno senso nel contesto di un mercato, di una cultura, di un’organizzazione
    – quali tensioni emotive e sociali i dati non vedono, ma determinano comunque l’esito delle scelte

    Se restiamo attaccati all’idea di “stare nel loop” come guardiani dell’errore, ci stiamo auto-riducendo di ruolo. Diventiamo accessori di controllo qualità di un flusso che non abbiamo progettato noi.

    “Humans are the loop” vuol dire altro: che il vero valore sta nel framing delle domande, nella lettura delle sfumature culturali e organizzative, nella capacità di trasformare output in direzione, priorità, cambiamento concreto.

    E questo richiede un nuovo (o forse un vecchio) mindset; più giudizio, più responsabilità, meno comfort operativo; meno tempo passato a fare analisi, più tempo passato a decidere che cosa l’analisi deve servire.


    La domanda scomoda, allora, non è “come restiamo nel loop”.
    È un’altra: se da domani tutta la parte analitica del nostro lavoro diventasse dieci volte più veloce e precisa, che cosa cambierebbe davvero nel modo in cui prendiamo decisioni?
    Non cosa faremmo in più, ma cosa faremmo di diverso.
    Cosa faremmo di nuovo?

  • No more “faster horses”, please.

    No more “faster horses”, please.

    “If I had asked people what they wanted, they would have said faster horses.”
    Henry Ford probabilmente non l’ha mai detta, ma la lezione resta valida.

    E oggi, nel 2025, stiamo commettendo lo stesso errore: usare l’AI per rendere più efficiente un modello che era già fragile.

    Un’esplorazione dei diversi siti & eventi di settore europei rende evidente che l’offerta oggi converge su:

    • survey automatizzati dall’AI (stesso questionario, più veloce)
    • focus group moderati da bot (stessa conversazione, meno costo)
    • analisi istantanee (stesso output, zero attesa)
    • rispondenti sintetici (stesse domande, zero attrito)

    Cavalli più veloci, appunto.

    Il problema è che il mercato non è a corto di output. È a corto di orientamento.

    E i segnali sono già qui:

    • l’industria degli insights vale circa 153 miliardi di dollari, ma la parte “research software” ha superato la ricerca tradizionale. Il valore si sta spostando dagli output ai sistemi. (researchworld.com)
    • nel frattempo la qualità dei dati è diventata una variabile strategica: dubbi ricorrenti sull’affidabilità, investimenti in fraud detection, panel proprietari, controlli più aggressivi. (marketing.greenbook.org)
    • sul fronte digitale, l’era del “tanto tracciamo tutto” è finita: la rotta sui third-party cookie è stata cambiata e l’ecosistema sta andando comunque verso più vincoli, più consenso, più dipendenza da first-party. (Reuters)

    E invece di ripensare il sistema, molti stanno proponendo soluzioni AI based per “fotocopiare meglio” il passato.
    Abbiamo una scelta:

    • Automatizziamo il vecchio, competiamo su prezzo, velocità, volume; diventiamo di fatto una commodity (anche quando lavoriamo bene).
    • Riprogettiamo da zero cosa significa “capire il mercato”.

    Il prodotto premium non sarà “fare ricerca più veloce”.
    Sarà dare direzione: giudizio, framing consequenziale, trade-off chiari, responsabilità, concretezza, apertura e non chiusura.

    E basta, con ‘sti cavalli più veloci!